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Retrospettiva

Piero Golia

testi di Barbara Casavecchia e David Hunt

10 ottobre - 3 novembre 2001

Voi non sapete chi mi credo di essere
di Barbara Casavecchia

Dopo tutto, il museo è tra i luoghi che danno una più alta idea dell’uomo.
André Malraux, Il Museo dei Musei

You want the greatest thing
The greatest thing since bread came sliced.
You've got it all, you've got it sized.
R.E.M., Imitation of Life

Piero Golia è un artista piccolo piccolo, come gli capita di definirsi. Un peso piuma da 52 chili per 1 metro e 72 di altezza. La vita è complicata per i piccoli: c’è chi se la cava con i rialzi nei tacchi, chi accorcia le distanze contemplando il mondo dall’Olimpo della propria megalomania.
Se tutte le sere Alessandro Magno rileggeva l’Iliade, esaltandosi per le gesta di Achille, Golia infila nel videoregistratore il suo film preferito, il cupissimo anime giapponese Akira, e guarda Tetsuo scatenare devastanti poteri psichici contro una Grande Cospirazione ordita da scienziati pazzi e politici corrotti, fino all’apocalisse nucleare dell’epilogo, sullo sfondo dello Stadio Olimpico di Tokyo. Sospetto che Golia sogni di avere superpoteri da paladino postmoderno capace di espugnare e sconfiggere il Sistema dell’Arte, conquistando la Terra e diventando un eroe. E che al risveglio possa scappargli da ridere. Forse.
Forse è per questo che s’impegna in audaci imprese, in bilico tra superomismo e autoironia, che riescono ad alimentare favolose chansons de geste. Piero G. che ferma per strada una donzella e la convince, come pegno d’amor cortese, a farsi tatuare sul dorso il suo ritratto incorniciato dal proclama Piero My Idol. Piero G. fotografato insieme a una pretty woman platinata di fronte ad alberghi de luxe e piscine californiane, al volante della sua Ferrari, novello principe azzurro hollywoodiano. Piero G. che campeggia in un’istantanea intitolata Me and J. Koons (“lo so che non sarebbe corretta così, ma è proprio in questa imperfezione che sta tutto il gioco”, dice lui). Piero G. che accetta l’invito alla Biennale di Tirana precisando che a Durazzo ci arriverà a remi, ripercorrendo al contrario le rotte di fuga dei clandestini albanesi nel canale d’Otranto. Che si arrampica su una palma di sette metri, ad Arte Fiera di Torino, minacciando di scendere solo quando qualcuno avrà comprato una sua opera. Quel lavoro s’intitola On The Edge, traducibile all’incirca con Sulla cresta dell’onda: il punto esatto in cui restare in equilibrio per emergere, per guadagnare la sospirata visibilità. Sempre più in alto!, come il povero Mike surgelato in cima al Cervino negli spot etilici di qualche anno fa.
I miti dell’arte contemporanea germogliano e crescono a velocità vertiginosa, diventano smisurati, bigger than life. Opere e nomi giganteggiano, a volte rischiano di trasformarsi in puppies e balocchi abnormi per chi li espone, li fotografa, ne scrive, li pubblica o li compera. Golia sta al gioco, incastrando mucche in poliuretano antistress a grandezza naturale tra le porte di una galleria, o innalzando piedistalli tanto alti da riuscire a torcere il collo anche all’animale (gonfiabile) con il collo più lungo del mondo: la giraffa.
Quello di Piero Golia è un mondo in cui le proporzioni paiono ineluttabilmente incerte, mutevoli a seconda delle prospettive, come in Quarto Potere di Welles. Come il maniero di Kane, il suo Museo in miniatura è protetto da una cancellata in ferro battuto: nel film, comparendo nella prima e ultima sequenza, quelle sbarre suggellano la circolarità presente-passato del racconto; nel modellino delimitano il paradosso di una mostra d’esordio retrospettiva.
Ma a Golia non succederà, come a Kane, di cadere vittima di versioni arbitrarie e discordanti, distorsioni grottesche e aneddoti commossi: lui gioca d’anticipo, brucia tutte le tappe, travolge con humour il mito del genio postumo, ridimensiona l’importanza della consacrazione in un tempio istituzionale e contrassegna da sé le tappe salienti della propria carriera (culminante, almeno per la minuscola scena italiana, con l’approdo a Milano), neutralizzando di fatto il ruolo degli spettatori, futuri testimoni.
Nell’unica sala di tutta la mostra rimasta in scala 1:1, veniamo accolti da una fascia di seta con il titolo di Mister o Miss WHITE TRASH. Forse siamo stati rimpiccioliti fino a entrare nel set miniaturizzato costruito da Piero Golia, e adesso tocca a noi capire chi diavolo ci crediamo di essere...


Piero Golia: S & S
di David Hunt

Sincerità e sacrificio. Se sei padrone di questi due temi, ecco che seguiranno i Grammies, i Box Set e il rockumentario Behind the Music. Il copione più o meno farà così: un lupo solitario, pallido, magro, incompreso (ma affettuosamente dolce, con un lieve accenno di scura minaccia), arrivato da – come poteva essere diversamente? - un qualche approssimativo casting di serie B in un luogo dal cielo grigio e zuppo di pioggia, trova momenti di bellezza nella noia; annota questi momenti fugaci in un taccuino rilegato a spirale; mette insieme dolorosi versi e una stridente chitarra di accompagnamento; si macchia di un’esecuzione A&R decisamente finta in un malsano club underground; prostituisce il suo prezioso idealismo sottoscrivendo un dubbioso contratto standard; raccoglie avidamente la manna della fama materialista (soldi, macchine, un sito internet per i suoi devoti); perde quella parvenza  di centro ideale che aveva; poi, per finire, riprende da capo, anche se questa volta tutta la routine - l'archetipo del glamour, affascinante e fatale - è praticata con un pizzico di nostalgia malinconica. Scalerebbe qualsiasi montagna, oppure, se lui non ci riesce, nessuna montagna sarà alta abbastanza da separarti da lui. Tu, il fan che lo venera, reso tale dai Grammies, i Box Sets, e i rockumentari Behind the Music che hanno preceduto di pochi minuti l’oggetto, quasi famoso, singolarmente autentico, della tua devozione. Ma non era così che doveva andare.
Piero Golia ci mostra perché. Che cos'è la sincerità, sembra chiedere l'artista di Napoli, se non è messa alla prova? Che cos'è il sacrificio, se non è pericolo, se non mette a repentaglio la vita? è la domanda che implica ognuna delle sue strazianti avventure. Beh, molto semplicemente, è la differenza tra un nauseabondo singolo naïve, in programmazione continua per un mese, e poi istantaneamente relegato a una statica eternità in frequenza AM, e le pagine, intrise di onde, del giornale di bordo che narra la traversata dall'Italia all'Albania che Piero Golia ha intrapreso a remi in solitario. Amnesia programmata nel primo caso, attonita riverenza alla monumentalità dell’impresa nel secondo. Chi può dire quale male è pronto ad assalirci tra lo studio di registrazione e la cerimonia di premiazione? Probabilmente quasi nessuno, tranne quello che ci infliggiamo noi stessi. Per Golia, invece? È vero, nessuno gli ha mai puntato una pistola alla tempia e lo ha costretto a imbarcarsi. Un artista come Golia, però, non ha bisogno della provocazione. La volontà, anche se simile allo spiazzamento, viene da dentro. Da fuori, è inutile dirlo, arriva il pericolo. Un piccolo guscio in preda alle mareggiate, il sole cocente, il costante monito che le razioni a bordo diminuiscono. Noia. Una disperazione incondizionata che non può essere elaborata facilmente in tre minuti di musica pop, e quindi essere veramente traghettata verso il mondo esterno. Una disperazione che ti si aggrappa come un giubbotto salvagente e, probabilmente, è studiata per essere sopportata in solitario.
Piuttosto che scrivere innocue canzoncine inneggianti ai piaceri della vita che scorrono e ai suoi fragili equilibrismi, Golia prende questo concetto come un principio, un’ipotesi su cui basarsi che gli dà un senso di necessità urgente. Non ha pazienza per gli attori da quattro soldi che si pavoneggiano e consumano la loro ora sul palcoscenico. Il momento di agire, per Golia, è ora. E il facsimile in miniatura della barca che lo ha portato da una costa all'altra può ricordare le zattere di Kcho, come qualsiasi altra metafora globale a caratteri cubitali che negli ultimi anni ha onorato gli spazi espositivi internazionali. Per esempio un piano di alluminio di Thomas Hirschhorn, o uno dei bizzarri loghi astratti di Daniel Pflumm. Ma sarebbe un grande abbaglio, in quanto il concetto di una diaspora di idee dinamica, una sorta di cosmica tinozza creativa da cui si nutrono gli artisti accreditati, è fuori questione. Golia molto semplicemente ama la bellezza del gesto, la sua radicale semplicità. Uomo, barca, acqua, le coste gemelle… qualsiasi altra cosa sembra dissolversi (ambizioni di auto-celebrazione, artistici arrivismi all'ennesima potenza, estetizzazioni di flirt con la morte), insieme con i nostri preconcetti su come dobbiamo relazionarci a un'opera d'arte (sempre che ne abbiamo ancora in questa era iper-pluralistica). Un lavoro che è lavoro, e quindi necessariamente possiamo apprezzarlo solo se anche noi siamo presi da una patologica pulsione ad affrontare il mare in solitario. La resistenza è sempre difficile da calibrare, a prescindere dal metro estetico che usi.
Quindi il ragazzo sa remare, dici. Ha un gene nautico. Un errante cromosoma acquoso, che scorre nel suo sangue. Ma dove sono i doni multi-disciplinari del triatleta? Come si comporta a terra, per esempio? È capace di arrampicarsi? La questione non è tanto se sia capace o no, ma per quanto tempo. Golia si è arrampicato su una palma, come in un'oasi finta, con quel tipo di azione/acrobazia che rende lo spettatore molto più complice di quanto non lo facciano le notti solitarie in mezzo al mare, a guardare le stelle. Niente allucinazione di albatros indotte dall'oppio, giusto qualche seria sbucciatura per il disperato aggrapparsi al tronco ruvido e i dolori muscolari dovuti allo sforzo. Allora, quando finisce? Perché lo fa? Se il Napoleone napoletano ha tanto bisogno di attenzione, sicuramente esistono sistemi che intaccano meno il fisico. Poi ho intuito che Golia stava formulando un contratto. Mi spiegano che non scenderà finché un collezionista interessato non comprerà la foto dell'artista che tiene duro, aggrappato alla vita sotto le aguzze fronde dell'albero. Come ogni contratto, anche questo ha delle condizioni. È probabile che qualcuno si metta a trattare. Qualche punto sul prezzo e i costi della cornice, senza dubbio. Nel frattempo Golia non è diventato più forte, ma la sua posizione al tavolo delle trattative sembra essere migliorata. Con ogni secondo che l'artista resiste sull'albero il valore della foto aumenta. Golia - è sempre più lampante - è più furbo, più astuto di noi.
Quindi, per ricapitolare: Mare? Affermativo. Terra? Affermativo. Galleria? Hmmmm… Luce. Prima diapositiva: due colonne dal pavimento al soffitto a circa tre metri l'una dall'altra, come due sentinelle in galleria. Potrebbe essere un sottile sarcasmo sulla feticizzazione dell'architettura classica. Forse una critica post-minimale delle fondamenta della galleria stessa che sono rinforzate con pilastri. Forse Golia riesce a sentire qualche muta conversazione tra i due poli che solo il suo radar acuto può captare. Sembrano letteralmente fronteggiarsi. Guardo meglio. Le colonne sono decorate con una specie di verdeggiante edera; una composizione in verde smeraldo di viti rampicanti. Ricordano i giardini dalle siepi squadrate di Kubrick in Shining, uguali ai muri di ogni college liberale nel New England che abbia una squadra di canottaggio. Eppure in qualche modo le foglie sono troppo verdi; un verde Technicolor che sembra eccessivamente sano per essere semplice flora e fauna decorativa. Guardo ancora più da vicino e mi rendo conto che ciò che da lontano sembrava viticcio rampicante, adesso ha l'aspetto inconfondibile di lattuga fresca dell’orto. E la lattuga non è un fiore secco. Non diventa più dignitosa con l'età. La lattuga appassisce e marcisce come il più trascurato monumento entropico. Non è il lento sovrapporsi di innumerevoli onde contro una diga a spirale. La lattuga, diciamo le cose come stanno, dura un giorno in mostra.
Il lavoro ha il paradossale titolo "…Forever…", in quanto come può una cosa deperibile di natura durare le cinque settimane di una mostra in galleria? Che, chiudendo il cerchio, ci riporta al tipo di memoria nutrita dal mercato che è la provincia della musica pop scadente: obsolescenza pianificata. La memoria qui è prodotta. Alimentata e caricata. Pavlov non è migliore dei bocconiani che sanno come trovare il tuo portafogli. L'anticipazione non è altro che un fiacco rituale prima della firma a fine foglio. L’arte della performance da quattro soldi, prima che ti colpiscano nelle viscere. Golia vorrebbe mandare tutto ciò in cortocircuito. Meglio ancora, ricablare l'intero sistema in modo da intrappolare l'arte in un circuito chiuso tra il tuo cervello e il tuo cuore. Non serve penare negli inferi. Nell'equazione di mercato che Golia vorrebbe istituire, forever è uguale a fantasia + "X", se e soltanto se "X" è uguale a sincerità. La sincerità, quindi, diventa il redentore vendicatore. Come farà Golia a minimizzare le variabili, vi chiederete? Sicuramente avete sentito il detto "I matti controllano l'istituto". Bene, fra le mura monastiche di Viafarini Golia è il matto solitario e l'istituto sembra la miniatura del Partenone, coscienziosamente fatto a mano da artigiani esperti. Ognuno dei suoi lavori precedenti è rappresentato in scala 1:10 ed esposto come in una vetrina in questo mondo da casa delle bambole.
Se lo spazio è compresso forse lo è anche il tempo. I secondi ne usciranno con un lento gocciolare sincronizzato con una specie di tempo glaciale. Il modellino di Golia del mondo delle meraviglie è più furbo delle tabelle attuariali e ci lascia tutti dentro e fuori dalla polvere. La carne, come le sue colonne, non sono altro che morbidi frutti. E come i musei in dimensioni reali diventano artefatti del proprio tempo - paradigmi architettonici sbiaditi, segni geografici, finti elementi anacronistici dello skyline in costante metamorfosi - il museo personale di Golia resterà portatile come i bagagli. Un profondo deposito per pensieri profondi in una piscina affollata anche se poco profonda.


Piero Golia in Italian Area


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last update 2-03-2009